di Ginevra Barbetti
Alta dieci metri e realizzata in acciaio satinato, Breath è una scultura cinetica pensata per “respirare” col paesaggio, aprendosi e chiudendosi con la luce naturale, dall’alba al tramonto. Firmata da Emiliano Ponzi, visual artist e autore italiano di base a New York, noto per un linguaggio che unisce precisione grafica e profondità concettuale e per collaborazioni con Apple, MoMA, The New York Times e The New Yorker, è realizzata con Dario Spinelli e curata da Cristiano Seganfreddo. Entrerà nella collezione permanente del Macca, il Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto di Peccioli, tra i progetti italiani più significativi di arte pubblica. L’inaugurazione si terrà all’alba del 22 maggio.
Qual è la storia di Breath e come “respira” col paesaggio?
«Ho sempre avuto una forte attrazione per le forme che crescono, per tutto ciò che è organico, fitomorfico, in trasformazione continua. Breath nasce da questa tensione: dall’idea di un organismo che non sia semplicemente installato nel paesaggio, ma che possa vivere in relazione ad esso. Le colline di Peccioli, aperte verso l’orizzonte, erano il luogo perfetto perché questa crescita potesse avvenire. La scultura si apre e si chiude seguendo il ciclo della luce, quasi respirando insieme alla natura che la circonda. Per me non è soltanto un’opera sul paesaggio, ma un’opera sul rapporto che l’uomo dovrebbe avere con la natura. Un rapporto non di dominio ma di appartenenza, perché in fondo non esiste una vera separazione: siamo parte dello stesso organismo. Il respiro delle piante coincide con il nostro respiro. In questo senso Breath è anche una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità verso il mondo che abitiamo».
Passare dall’illustrazione a una scultura alta dieci metri non dev’essere stato banale…
«Spesso gli altri tendono a leggerci in modo monodimensionale, soprattutto quando diventiamo bravi e riconoscibili per qualcosa. Nel mio caso, dal 2000 lavoro come illustratore per magazine, brand internazionali, moda e pubblicità, e quel linguaggio è diventato la parte più visibile del mio percorso. Ma negli ultimi anni ho sentito sempre più l’esigenza di espandere il mio lavoro nello spazio fisico: attraverso la pittura, le installazioni e ora una scultura monumentale. Cambia il mezzo, cambiano scala e complessità tecnica, ma il nucleo resta identico: partire da un’idea forte e costruirle attorno una forma capace di renderla leggibile ed emotiva».
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di Ginevra Barbetti
Alta dieci metri e realizzata in acciaio satinato, Breath è una scultura cinetica pensata per “respirare” col paesaggio, aprendosi e chiudendosi con la luce naturale, dall’alba al tramonto. Firmata da Emiliano Ponzi, visual artist e autore italiano di base a New York, noto per un linguaggio che unisce precisione grafica e profondità concettuale e per collaborazioni con Apple, MoMA, The New York Times e The New Yorker, è realizzata con Dario Spinelli e curata da Cristiano Seganfreddo. Entrerà nella collezione permanente del Macca, il Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto di Peccioli, tra i progetti italiani più significativi di arte pubblica. L’inaugurazione si terrà all’alba del 22 maggio.
Qual è la storia di Breath e come “respira” col paesaggio?
«Ho sempre avuto una forte attrazione per le forme che crescono, per tutto ciò che è organico, fitomorfico, in trasformazione continua. Breath nasce da questa tensione: dall’idea di un organismo che non sia semplicemente installato nel paesaggio, ma che possa vivere in relazione ad esso. Le colline di Peccioli, aperte verso l’orizzonte, erano il luogo perfetto perché questa crescita potesse avvenire. La scultura si apre e si chiude seguendo il ciclo della luce, quasi respirando insieme alla natura che la circonda. Per me non è soltanto un’opera sul paesaggio, ma un’opera sul rapporto che l’uomo dovrebbe avere con la natura. Un rapporto non di dominio ma di appartenenza, perché in fondo non esiste una vera separazione: siamo parte dello stesso organismo. Il respiro delle piante coincide con il nostro respiro. In questo senso Breath è anche una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità verso il mondo che abitiamo».
Passare dall’illustrazione a una scultura alta dieci metri non dev’essere stato banale…
«Spesso gli altri tendono a leggerci in modo monodimensionale, soprattutto quando diventiamo bravi e riconoscibili per qualcosa. Nel mio caso, dal 2000 lavoro come illustratore per magazine, brand internazionali, moda e pubblicità, e quel linguaggio è diventato la parte più visibile del mio percorso. Ma negli ultimi anni ho sentito sempre più l’esigenza di espandere il mio lavoro nello spazio fisico: attraverso la pittura, le installazioni e ora una scultura monumentale. Cambia il mezzo, cambiano scala e complessità tecnica, ma il nucleo resta identico: partire da un’idea forte e costruirle attorno una forma capace di renderla leggibile ed emotiva».
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