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I Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici, Daria Bignardi • Einaudi


“I Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”, Daria Bignardi, Einaudi

Si ha la falsa credenza che le luci bastino a rendere felici o, quanto meno, a trovare una qualche forma di serenità. E’ invece la conoscenza delle tenebre, l’indagine metabolizzata del fondo del pozzo che ci restituisce l’euforia della luce ritrovata.
“I Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici” è il nuovo libro di @dariabig che esce l’8 febbraio per @einaudieditore 
E’ un libro che mi fa pensare tanto ai ricordi e alle prospettive del futuro. E’ un libro molto Daria: per metterla a fuoco devi guardarla di traverso. Pieni e vuoti come un mantra. Un grande in bocca al lupo a Daria e tutti i suoi amori.
Grazie a tutti quelli che hanno contribuito a rendere la copertina nella sua forma più bella e funzionale. @rosella_postorino @riccardo.falcinelli

Citazione da “I Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”, Daria Bignardi, Einaudi

«Le situazioni pericolose, tristi, luttuose mi facevano vibrare come se solo nel dramma la vita si mostrasse davvero: nuda, integra, commovente».

Ciascuno di noi, anche solo per un istante, ha conosciuto l’irresistibile forza di attrazione dell’abisso. Daria Bignardi sa metterla a nudo con sincerità e luminosa ironia, rivelando le contraddizioni della sua e della nostra esistenza, in cui tutto può salvarci e dannarci insieme, da nostra madre a un libro letto per caso.

Partendo dalle passioni letterarie che l’hanno formata, con la sua scrittura intelligente e profonda, lieve, Daria Bignardi si confessa in modo intimo – dalle bugie adolescenziali agli amori fatali, fino alle ricorrenti malinconie – narrando l’avventura temeraria e infaticabile di conoscere sé stessi attraverso le proprie zone d’ombra. E scrive un inno all’incontro, perché è questo che cerchiamo febbrilmente tra le pagine dei libri: la scoperta che gli altri sono come noi. Memoir di formazione, breviario di bellezza, spudorato atto di fede verso il potere delle parole, questo libro è un percorso sorprendente e imprevedibile fatto di domande, illuminazioni, segreti, che pungola e lenisce, fa sorridere e commuove. Un viaggio nel quale la vita si manifesta «furiosamente grande».

«Dopo aver letto Il demone meschino di Sologub, a tredici anni, presi della polvere dal Piccolo Chimico, uno dei miei giochi preferiti di bambina, la misi dentro un foglietto di carta velina piegato in quattro e me lo infilai nel portafoglio, per giocare alla droga. Mio padre la trovò qualche anno dopo e la fece analizzare. Distratto com’era, assente com’era, anziano com’era – sono nata che aveva quasi cinquant’anni – a suo modo cercava di tenermi d’occhio. Mia madre era cosí ansiosa che il solo pensiero che potessi cacciarmi nei guai la devastava, perciò lo rimuoveva. Mi proibiva tutto, che è come non proibire niente. Per lei – e quindi anche per me – non c’era scelta: dovevo essere irreprensibile e prudente, se no lei – come minimo – ne sarebbe morta. Diventai l’opposto».